lunedì 3 febbraio 2014

Loro sono sdraiati, sì, ma io che c'entro?


da www.nanopress.it


Ho finito di leggere “Gli sdraiati” di Michele Serra circa un mese fa ma non ero ancora riuscita a inchiodare in un pensiero preciso quella sensazione di fastidio e irritazione che mi ha lasciato addosso. Il fatto che non sia scivolato come acqua fresca è sicuramente un merito ma adesso credo di sapere perché non mi ha conquistata fino in fondo.
Il romanzo è quasi un lungo monologo dove un padre narratore ci racconta delle abitudini del figlio, non delle sue azioni o dei suoi pensieri, ma di quello che lui registra dal suo osservatorio. Ci sono riflessioni che vale la pena di leggere come l’esperienza d’acquisto da Abercrombie and Fitch (Polan & Dompy nel libro), il comportamento dei teen agers sui social network,  la scena chiave del libro con il figlio sdraiato sul divano tra computer, televisione, cellulare, ipod e libro di chimica, e l’altrettanto significativo colloquio di una mamma con l’insegnante. Il figlio e tutti i coetanei che lo circondano vengono descritti come apatici, disinteressati al mondo circostante, inconfutabilmente maleducati.
Accanto alla loro, a volte sconfortante, quotidianità (persino del mancato uso dello scopettino per wc si parla) si inseriscono altri due filoni. Uno è relativo ad un romanzo che il padre narratore sta pensando di scrivere e che non è altro che un espediente per riuscire a dire, in maniera non troppo banale, che un mondo dove dominano i vecchi non è cosa buona e giusta.
L’altro filone è la storia del Colle del Nasca, un posto simbolico dove il padre del narratore lo portò da piccolo e dove lui adesso sente in dover portare il suo, di figlio. Le stravaganti suppliche che si inseriscono nei paragrafi alleggeriscono l’atmosfera con ironia e aprono il finale del libro, quando finalmente viene ottenuto un sì.
Il figlio accetta di andare ma lo fa come dice lui, con vestiti e scarpe inappropriate. Sembra quasi impossibile che in quelle condizioni si possa raggiungere la vetta, si flagella il padre, mentre il figlio è già arrivato a destinazione. Ed è in quel momento che il padre capisce di aver fatto il suo lavoro, adesso può lasciarlo andare, il futuro è suo, il mondo è suo.
Bello, suggestivo, chiusa perfetta.
Ma, un momento! Come fa questo debosciato che vive immerso nei calzini putridi, non presta la minima attenzione al mondo circostante, fa cose oggettivamente stupide e anche irrispettose nei confronti dei genitori, ad andare nel mondo? È qui che il libro mi irrita.
Serra ha detto di aver voluto criticare questo padre, ma dove si dovrebbe sentire una presa di coscienza? Forse nelle deboli domande “avrei dovuto farti più carezze o mandarti più a fanculo?”. Mi sembra come l’automobilista che abbandona l’abitacolo mentre la sua macchina continua ad andare. Ok, d’accordo, può non andare a sbattere, ma perché non l’ho messa in sicurezza? Non mi sono sforzato di mantenere quelle regole che creano conflitti ma che fanno crescere?
Il mondo va a rotoli, sembrano continuare a dire gli attuali cinquantenni/sessantenni, prima era meglio di ora, senza mai uno che dicesse: cazzo, ma quell’ora l’ho fatto io!

LETTO: Gli sdraiati (2013) Michele Serra

sabato 1 febbraio 2014

Ci si ama, nonostante tutto


da cinema.sky.it


Tutti i santi giorni prende il titolo dal rituale mattutino con cui il protagonista Guido, un colto, timido e impacciato portiere notturno sveglia la sua ragazza Antonia, un'aspirante cantante che lavora in un'agenzia di autonoleggio. Le porta il vassoio con la colazione e le racconta la storia del santo del giorno. Sembrano un po' Elide e Arturo de Gli amori difficili di Italo Calvino, con il calore del corpo di lei ancora nel letto e il freddo addosso di lui, appena rientrato.
Ma invece di essere sposati e di scambiarsi qualche abbraccio pieno di tenerezza, la coppia di Virzì convive e vuole un figlio e la mattina, spesso, fa quello che ci vuole per averlo.Il bambino però non arriva, costringendoli alle tribolazioni della fecondazione assistita. Da qui entrano in gioco una serie di personaggi che incrociandosi con Guido, buono, puro, colto e innocente come nessuno può più permettersi di essere, ci mostrano come sono i nostri tempi.
Fatti di genitori che vogliono aiutare i figli, chi con una busta di soldi, chi col comprarti un appartamento. Padri e madri che vogliono sapere se il contratto è regolare: di lavoro, di affitto, di unione. Che magari si adeguano ma proprio non capiscono come si possa voler fare un lavoro modesto come il portiere notturno, soprattutto se laureati.
C'è la moralità bigotta di chi considera una trentatreenne come una primipara attempata, peggio ancora se non sposata. Ci sono le ingiustizie della vita, fatte di tre figli venuti al mondo probabilmente da un coito interrotto mentre altre coppie restano in attesa perenne. Ci sono le persone che non hanno mai usato la parola per comunicare: uno spintone, uno schiaffo e se non hai capito un pugno e ti sfascio il naso.
Se all'inizio si prova tenerezza e forse anche un po' di irritazione verso Guido, alla fine c'è solo sdegno per il mondo che lo circonda ma tempo un attimo e ci si rende conto che è il mondo che ci circonda.
Virzì che propone? Non è il tipo da lanciare un messaggio “era meglio non venirci nemmeno al mondo, se doveva essere questo”, perché la vita va avanti, nonostante tutto. E due persone si amano e si salvano l'un l'altra, nonostante gli errori e le insicurezze, il disagio e la sensazione di essere sbagliati e fuori posto. Nonostante un treno che passa sulla scogliera in Sicilia e lacera la bellezza del paesaggio.

VISTO: Tutti i santi giorni (2012) di Paolo Virzì

LETTO: Gli amori difficili (1993) di Italo Calvino