domenica 29 settembre 2013

Rush: il film-evento che mi ha convinta



da www.elle.it

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Stare con uno che ha una vera e propria fissazione per la Formula 1 ha i suoi vantaggi. Sono arrivata in sala venerdì sera preparata come non lo ero dall’esame di maturità. In una giornata di mare, finito di leggere il mio Vanity Fair non mi era rimasto che avventarmi sulle 20 pagine di speciale del supplemento del sabato della Gazzetta dello Sport. Inoltre sentivo parlare di questo film da quando hanno cominciato a girarlo e forse anche prima. D’altronde, se queste cose non le sa uno che legge tutti i giorni www.f1passion.it, chi le deve sapere?

Così, all’inizio di Rush ero:
-       preparata sui fatti. Rivalità Hunt-Lauda, campionato 1976, terribile incidente al Nurburgring,  ustione per il pilota austriaco, 41 giorni di cure e poi di nuovo in pista al Gran Premio d’Italia, lotta per la conquista del mondiale, Gran Premio del Giappone e rinuncia di Lauda, Hunt diventa campione del mondo per un punto;
-       Scettica. Radio, giornali e televisione pubblicizzavano in maniera eccessiva il film-evento, il che, la maggior parte delle volte non fa pensare a niente di buono;
-       Curiosa. Di come avrebbero raccontato questa storia. Retorica, fanatismo automobilistico, pietismo e un mare di luoghi comuni erano lì pronti ad inghiottirsi le migliori intenzioni.


E invece….Sarà vero quello che ora tutti si affrettano a dire, ovvero che Ron Howard non ne sbaglia una, ma confermo che questo è l’ennesimo film che gli è riuscito parecchio bene.

Se ce l’ha fatta ad evitare tutti i tranelli che una storia come questa gli poteva offrire è perché lui non ama visceralmente la Formula 1. Lauda – Hunt è la storia di due persone e sia che tu ami o meno le macchine, in quelle verità ti ci ritrovi.

La prima è la paura. Agli appassionati di F1 forse non piace pensare che ai piloti si contorce lo stomaco in conati di vomito prima incastrarsi nell’abitacolo, che all’indomani di una gara stanno a guardare il cielo carico di nuvole invece di dormire. E invece anche a loro fa l’effetto che probabilmente farebbe a noi vedere gente che mentre fa il nostro stesso lavoro ci rimane, decapitata per giunta. Te li fanno vedere questi incidenti, nudi e crudi come sono avvenuti, con il terrore che serpeggia nei box, il circo della F1 che per un attimo si ferma, prende coscienza e poi riparte.

La seconda è la condanna ad essere se stessi. Una delle cose che mi ha colpito di più della biografia di Steve Jobs è come un uomo tanto geniale potesse rifiutare di curarsi dal cancro perché convinto che l’avrebbe sconfitto in un altro modo. L’essere controcorrente che l’ha portato a stravincere era lo stesso inchiostro con cui ha firmato la condanna a morte. E lo stesso per Lauda.
Non riesce a piacere veramente alla gente, non ce la fa a blandire le persone, a rabbonirle, deve dire quello che pensa sempre. Anche quando tenta di convincere gli altri a non correre al Nurburgring non ce la fa trattenersi da dire che lui è comunque il più forte di tutti, con il risultato sappiamo.

La terza è che quello che conta davvero tra due persone sono i fatti. Lauda e Hunt si provocavano e si offendevano a vicenda ma  è stato vedere le vittorie di Hunt che ha dato a Lauda la forza sovrumana di ritornare alle corse dopo 41 giorni dall’incidente. E nel film non si fa mistero dei trattamenti a cui si è sottoposto per correre di nuovo in così poco tempo. Sono quelle scene che ti fanno capire che cos’è la competitività.
E non è quello che Hunt dice a Lauda dopo averlo visto sfigurato per la prima volta a farci capire che era dispiaciuto, ma i cazzotti che tira a chi osa fargli domande indecenti sul suo nuovo aspetto. Che sia un episodio vero o meno, quel che conta è ciò che vuole significare.

Il film non lascia deluso chi ama le macchine, ma lascia qualcosa anche a chi non va pazzo per la Formula 1. Molto belle le immagini vere di Laura e Hunt alla fine del film, che sono dosate con il contagocce, quasi a volerti mettere la voglia di andarli a ricercare quei due pazzi veri, su You Tube, Wikipedia o in qualunque altro sito parli di loro. Internet ne era pieno anche prima di Rush.

Forse era evitabile quella sorta di paternale che Lauda fa a Hunt alla fine, ma è difficile trovare un film americano in cui si rinunci a prendere per mano lo spettatore ed indicargli quello che si voleva vedesse.  Scarsa fiducia in chi guarda o in chi fa il film?  Non lo so, ma tutto sommato Rush ce l’ha fatta a convincermi.

VISTO: Rush (2013) di Ron Howard

Eccomi

Mi piacciono le storie, le mie e quelle degli altri. Mi piace vederle, leggerle e sentirle in musica.  A volte riesco anche a scriverle.
Buona lettura