domenica 1 dicembre 2013

Arrivederci Prof. e grazie, grazie di tutto


Ho visto “Il favoloso mondo di Amelie” qualche anno dopo la sua uscita. Stavo per andare per la prima volta a Parigi e mi sembrò un bel momento per vederlo. Rimasi folgorata dalla musica, dal messaggio che voleva lasciare, dai colori e da tante piccole scene di vita quotidiana. Una di queste mi colpì particolarmente senza sapere perché.
C’era un uomo che piangeva sulla poltrona del suo salotto. Era appena tornato dal funerale del suo migliore amico e ne stava cancellando il numero di telefono dalla rubrica. Chissà perché, tra tutti i modi di rappresentare il dolore per un lutto, avevano scelto proprio quel gesto banale?
Adesso che ho perso una persona a cui volevo molto bene lo capisco. Non ho ancora avuto il coraggio di cancellare il suo numero di telefono ma so che dovrò farlo perché lui non mi risponderà più. Era il mio professore di tessitura delle superiori, una persona speciale che ho avuto la fortuna di frequentare fino a poco prima la sua morte.
Perché era speciale? Infondo lo si dice di tutti quando muoiono. Di lui, io e tanti altri, lo dicevamo anche quando era vivo. Una persona che godeva di una stima e di un affetto incondizionato perché era attento, generoso, allegro, goliardico, pieno di cultura e sapienza senza un briciolo di spocchia. Era sempre in mezzo alla gente, soprattutto ai giovani. Non direi che era timido, ma aveva un certo pudore che quando gli facevi vedere quanto gli volevi bene gli faceva spuntare un sorriso tenerissimo sotto i baffi.
Più che un professore, adesso lo chiamerei un Maestro, come quello descritto da Beppe Severgnini in Italians. Anche il Prof. era “accomunato da una qualità misteriosa: sapeva toccare il cuore, soprattutto nei più giovani.” I maestri come lui “offrono aiuto sotto forma di azioni e pensieri. Indicano una via e la illuminano […] non chiedono niente in cambio: la loro ricompensa è nella possibilità di dare, e nel sentirsi utili.” (pag. 110-111)
Ed è per questo che dopo aver passato qualche giorno immersa nella tristezza, adesso si sta facendo strada in me un sentimento nuovo, di gratitudine per averlo incontrato e di contentezza perché conoscendolo penso che starà facendo di nuovo quel sorriso sotto i baffi nel vedere in quanti abbiamo pianto la sua scomparsa.
Come ha scritto la sua famiglia “Mario non potrebbe essere più felice, ha raggiunto il suo scopo più grande, essere ricordato per quello che in tutta la sua vita ha fatto in silenzio e con professionalità”.
E allora arrivederci Prof. e grazie, grazie di tutto. 

VISTO: Il favoloso mondo di Amelie (film di Jena Pierre Jeunet 2001)
LETTO: Italiani di domani - Beppe Severgnini (Rizzoli)

domenica 29 settembre 2013

Rush: il film-evento che mi ha convinta



da www.elle.it

da www.elle.it
Stare con uno che ha una vera e propria fissazione per la Formula 1 ha i suoi vantaggi. Sono arrivata in sala venerdì sera preparata come non lo ero dall’esame di maturità. In una giornata di mare, finito di leggere il mio Vanity Fair non mi era rimasto che avventarmi sulle 20 pagine di speciale del supplemento del sabato della Gazzetta dello Sport. Inoltre sentivo parlare di questo film da quando hanno cominciato a girarlo e forse anche prima. D’altronde, se queste cose non le sa uno che legge tutti i giorni www.f1passion.it, chi le deve sapere?

Così, all’inizio di Rush ero:
-       preparata sui fatti. Rivalità Hunt-Lauda, campionato 1976, terribile incidente al Nurburgring,  ustione per il pilota austriaco, 41 giorni di cure e poi di nuovo in pista al Gran Premio d’Italia, lotta per la conquista del mondiale, Gran Premio del Giappone e rinuncia di Lauda, Hunt diventa campione del mondo per un punto;
-       Scettica. Radio, giornali e televisione pubblicizzavano in maniera eccessiva il film-evento, il che, la maggior parte delle volte non fa pensare a niente di buono;
-       Curiosa. Di come avrebbero raccontato questa storia. Retorica, fanatismo automobilistico, pietismo e un mare di luoghi comuni erano lì pronti ad inghiottirsi le migliori intenzioni.


E invece….Sarà vero quello che ora tutti si affrettano a dire, ovvero che Ron Howard non ne sbaglia una, ma confermo che questo è l’ennesimo film che gli è riuscito parecchio bene.

Se ce l’ha fatta ad evitare tutti i tranelli che una storia come questa gli poteva offrire è perché lui non ama visceralmente la Formula 1. Lauda – Hunt è la storia di due persone e sia che tu ami o meno le macchine, in quelle verità ti ci ritrovi.

La prima è la paura. Agli appassionati di F1 forse non piace pensare che ai piloti si contorce lo stomaco in conati di vomito prima incastrarsi nell’abitacolo, che all’indomani di una gara stanno a guardare il cielo carico di nuvole invece di dormire. E invece anche a loro fa l’effetto che probabilmente farebbe a noi vedere gente che mentre fa il nostro stesso lavoro ci rimane, decapitata per giunta. Te li fanno vedere questi incidenti, nudi e crudi come sono avvenuti, con il terrore che serpeggia nei box, il circo della F1 che per un attimo si ferma, prende coscienza e poi riparte.

La seconda è la condanna ad essere se stessi. Una delle cose che mi ha colpito di più della biografia di Steve Jobs è come un uomo tanto geniale potesse rifiutare di curarsi dal cancro perché convinto che l’avrebbe sconfitto in un altro modo. L’essere controcorrente che l’ha portato a stravincere era lo stesso inchiostro con cui ha firmato la condanna a morte. E lo stesso per Lauda.
Non riesce a piacere veramente alla gente, non ce la fa a blandire le persone, a rabbonirle, deve dire quello che pensa sempre. Anche quando tenta di convincere gli altri a non correre al Nurburgring non ce la fa trattenersi da dire che lui è comunque il più forte di tutti, con il risultato sappiamo.

La terza è che quello che conta davvero tra due persone sono i fatti. Lauda e Hunt si provocavano e si offendevano a vicenda ma  è stato vedere le vittorie di Hunt che ha dato a Lauda la forza sovrumana di ritornare alle corse dopo 41 giorni dall’incidente. E nel film non si fa mistero dei trattamenti a cui si è sottoposto per correre di nuovo in così poco tempo. Sono quelle scene che ti fanno capire che cos’è la competitività.
E non è quello che Hunt dice a Lauda dopo averlo visto sfigurato per la prima volta a farci capire che era dispiaciuto, ma i cazzotti che tira a chi osa fargli domande indecenti sul suo nuovo aspetto. Che sia un episodio vero o meno, quel che conta è ciò che vuole significare.

Il film non lascia deluso chi ama le macchine, ma lascia qualcosa anche a chi non va pazzo per la Formula 1. Molto belle le immagini vere di Laura e Hunt alla fine del film, che sono dosate con il contagocce, quasi a volerti mettere la voglia di andarli a ricercare quei due pazzi veri, su You Tube, Wikipedia o in qualunque altro sito parli di loro. Internet ne era pieno anche prima di Rush.

Forse era evitabile quella sorta di paternale che Lauda fa a Hunt alla fine, ma è difficile trovare un film americano in cui si rinunci a prendere per mano lo spettatore ed indicargli quello che si voleva vedesse.  Scarsa fiducia in chi guarda o in chi fa il film?  Non lo so, ma tutto sommato Rush ce l’ha fatta a convincermi.

VISTO: Rush (2013) di Ron Howard

Eccomi

Mi piacciono le storie, le mie e quelle degli altri. Mi piace vederle, leggerle e sentirle in musica.  A volte riesco anche a scriverle.
Buona lettura